L’attenzione in classe: che piacere!

“Oggi sappiamo che tutte le esperienze piacevoli attivano un’area precisa del cervello, chiamata area tegmentale ventrale. Le dipendenze corrispondono a cambiamenti duraturi nelle funzioni dei neuroni di quest’area. La cosa affascinante – e terribile allo stesso tempo – è che questi cambiamenti sono identici a quelli che l’esperienza e l’apprendimento producono nei circuiti neurali legati alla memoria.” D. J. Linden

Ne parlano tutti e ne parliamo anche noi. Dalla fiera del libro per ragazzi di Bologna (che ha compiuto il suo 50° compleanno) alla giornata internazionale del libro dello scorso 23 aprile, dalla fiera del libro di Torino alle ricerche sulla lettura (online ce ne sono quante ne volete… potete iniziare dal sito dell’ISTAT), leggere libri, narrare e narrarsi storie è un argomento molto studiato e dibattuto. Del resto, la forza educativa e didattica che la narrazione possiede è qualcosa che famiglie e insegnanti non discutono. Forse ci ricordiamo anche noi esperienze incredibilmente gratificanti come quelle che abbiamo vissuto da bambine/i: l’insistenza con cui chiedevamo (pretendevamo?) una storia da nostra madre o da nostro padre, sempre quella, con le stesse parole, e poi il piacere di ascoltare, di reiterare la lettura, di allungare la relazione con la persona che ci legge utilizzando a pretesto quel libro che trattiene nelle mani…

Ma quanto tempo i bambini e le bambine trascorrono nell’ascolto attivo di una storia, nello sfogliare un libro, nel commentare immagini e illustrazioni? Al di là di quanto emerge dalle statistiche, la cosa che mi preme sottolineare è che, nonostante da più parti si sostenga che l’attenzione degli alunni sembra essere diminuita, i tempi di silenzio e di ascolto delle lezioni sembrano difficili per le insegnanti da mantenere a lungo, c’è qualcosa che, al contrario, trattiene le giovani menti anche per molto tempo. La narrazione. Perché? Una prima ragione è sicuramente il fatto che la nostra mente non funziona solamente esercitando il pensiero simultaneo ma anche il pensiero logico-sequenziale e analogico. Se in classe proponiamo esercizi di memorizzazione, pensando che sia lì la chiave dell’apprendimento, ci perdiamo il bello dell’imparare. Stimoli-risposta, test, questionari, domande cui rispondere per valutare se l’apprendimento è avvenuto o meno, se c’è o non c’è. Ok. Ma non solo! Il pensiero simultaneo è quello che riduce le conoscenze e le comprensioni a nozioni mentre il pensiero logico-sequenziale e analogico è quello che aiuta gli studenti e le studentesse a raccontare il proprio sapere, facendo inferenze, collegamenti e, cosa molto affascinante, utilizzando le metafore come luogo di comunicazione del proprio apprendimento. Se le lezioni fossero pensate in chiave narrativa otterremmo maggiore attenzione, maggiore partecipazione e, allo stesso tempo, stregheremmo gli allievi con la bellezza del sapere e del narrare il sapere. Si veda per esempio quanto www.marnihp.it ha pensato per sensibilizzare paesi e territori alla bellezza delle storie e dei libri: http://www.cittainvisibili.org/. Una volta dentro una storia non si vuole più uscire! In fin dei conti, come ci suggerisce la citazione in apertura, l’apprendimento piacevole è una droga! Tipo il pifferaio di Hamelin, ma in senso buono.

Luca Ghirotto

Riferimenti bibliografici

Dallari, M. (2008). In una notte di luna vuota. Educare pensieri metaforici, analogici, impertinenti. Trento: Erickson.

Dallari, M. (2012). Testi in testa, educare conoscenze e competenze narrative. Trento: Erickson.

 

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